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Italia: il recupero di competitività deve partire dalle banche, ma non sarà facile

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La riforma bancaria e il conseguente “risiko” continua a incontrare una forte resistenza da parte di amministratori e manager che temono di perdere la poltrona. Non si può andare avanti così, è il momento di cambiare e assomigliare un po’ di più ai pragmatici inglesi… di Luca Spoldi

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Sarà che sono appena tornato da Londra dove ad un evento collegato alla campagna elettorale amministrativa (si vota per il sindaco della capitale britannica il prossimo 5 maggio, dunque oltre un mese prima del referendum pro o contro la permanenza della Gran Bretagna in Europa, in calendario il 23 giugno), organizzato da Investartone presso lo show room di Tisettanta per i londinesi di origine italiana, e che ho ancora ben in mente come la parola d’ordine di politici ed elettori lì sia “delivering”, ossia fornire le soluzioni adeguate alle necessità concrete della popolazione.

Sarà che questo pragmatismo si traduce in una grande attenzione alle molteplici esigenze di una metropoli di 8,5 milioni di persone che nei prossimi 10 anni è vista salire oltre quota 10 milioni, con gli europei (e gli italiani, visto che sono già oltre 250 mila i nostri connazionali che hanno trasferito la propria residenza a Londra) indicati da tutti come l’autentico ago della bilancia di una sfida che si preannuncia particolarmente equilibrata tra conservatori e labouristi.

Sarà che i molti imprenditori italiani presenti all’evento cui ho preso parte stanno avendo successo proprio perché in grado di offrire un’eccellenza italiana su mercati esteri, curandone attentamente la distribuzione sia in termini di prezzi sia di assistenza ai propri clienti (oltre agli ospiti di casa, cito per tutti l’azienda Castel de Paolis della famiglia Santarelli, che ha offerto il rinfresco portando 90 bottiglie di quattro suoi diversi prodotti per i 300 ospiti presenti, col patron Fabrizio Santarelli attento a valutare il gradimento o meno di ciascuno). Sarà tutto questo e altro ancora, ma quando rientrando nel “bel paese” leggo che la riforma del credito popolare di fatto resta bloccata per il tentativo di grandi manager e consiglieri d’amministrazione di tenersi la poltrona, mi cascano le braccia.

Per carità, scagli la prima pietra chi di fronte alla prospettiva di veder fusa la propria azienda con un’altra che fino al giorno prima è stata una concorrente e magari di perdere il posto di lavoro o comunque di finire “sotto” un dirigente che non ci conosce e che noi stessi non conosciamo, non ha provato una legittima angoscia. Ma tant’è: mentre in Gran Bretagna si stringono mani e ci si scambia biglietti da visita in ogni occasione per poi valutare se è possibile fare affari insieme in base alla competenza di ciascuno nel proprio campo, che voi siate uno chef, un produttore di vini, un artigiano, una grande industria, un analista finanziario o un professionista in genere, in Italia le “regole del gioco” restano fortemente corporative, l’innovazione fatica a sopravvivere, il fisco “spiazza” le aziende e i professionisti in un confronto anche solo europeo.

La crisi italiana, che i numeri più deboli del previsto delle ultime settimane tornano a segnalare come mai realmente risolta, è come da tempo ricordo una crisi anzitutto culturale, legata all’incapacità di una classe “digerente” ottuagenaria di farsi da parte e di dare ai giovani gli spazi e le possibilità per fare esperienza e per provare a cambiare il mondo, sia pure in minima parte. Il consigliere d’amministrazione o top manager bancario che resta incollato alla poltrona (per il Corriere Economia sarebbero 110 i posti a rischio solo nei board delle 10 maggiori banche italiane in predicato di fondersi, ossia Mps, Ubi, Banco, Bpm, Banca Carige, Popolar di Sondrio, Creval, Bper, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, senza contare che molti manager a quel punto sarebbero in soprannumero) danneggia non solo il suo istituto, ma tutto il paese, perché contribuisce a rendere ancora più viscoso e lento il doveroso ricambio generazionale e di stili di gestione.

Che lo stile finora seguito nelle banche italiane sia stato a dir poco inefficiente e del tutto inadeguato alle necessità del paese e delle sue aziende è evidente, se solo si pensa alla drammatica perdita di valore che l’accoppiata fondazioni-banche ha contribuito a realizzare in questi anni. Poco patrimonializzate e con investimenti concentrati nelle rispettive banche-figlie le fondazioni bancarie italiane sono diventate un “refugium peccatorum” per politici ed amministratori le cui ambizioni erano state altrimenti castrate. Ma anche l’aver creato e continuato a gestire 300 e più istituti di credito l’uno fotocopia dell’altro non ha giovato certo all’economia italiana, che già si suo ha una serie di debolezze congenite quali un grado di specializzazione non elevatissimo (salvo poche virtuosissime eccezioni) e per di più concentrato in settori solitamente molto maturi.

Le banche che in questi anni hanno concesso prestiti per milioni (o decine, o centinaia, a seconda dei casi) ai soliti “quattro amici al bar”, fornendo credito con contagocce a tutti gli altri e finendo col veder gonfiati a livelli di guardia i crediti problematici, sono banche gestite con poca fatica e molte prebende da una casta di amministratori quasi sempre strettamente legati alla politica, sia locale sia nazionale. Un criterio di selezione perverso che poteva forse essere tollerato (non certo giustificato) fino agli anni Novanta, quando l’economia cresceva. Ma che da almeno 15 anni andava sostituito con un criterio più attento alle competenze di ciascuno e alla sua capacità di contribuire alla crescita del valore per tutti gli attori coinvolti: azionisti, obbligazionisti, lavoratori e clienti. Se non si vuole far crescere ulteriormente il gap competitivo tra l’Italia e l’estero sarebbe il caso di approfittare dell’occasione per superare le ultime resistenze e fare piazza pulita, ripartendo da capo.

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